Finalmente è Venerdì !

fogliettoneCiao Ragazzi! Il mio primo Quotidiano vi regala una bella storia. Ogni settimana (il venerdì!) avete trovato ad attendervi una nuova puntata di “Finalmente venerdì” pensato e scritto appositamente per voi dalla scrittrice Lodovica Cima, la nostra Cacciatrice di storie! Eccola.. e buona lettura!!!

 

FINALMENTE VENERDI’ di Lodovica Cima

© vietata la riproduzione anche parziale

Non ne conosco altre di bambine come me: con una famiglia piena di gente che non si fa mai gli affari suoi e nessun posto dove stare tranquilla. Le mie compagne hanno camerette rosa, lezioni private di questo e di quello e mille giocattoli. Non so se vorrei essere proprio come loro: qualche volta sì e qualche volta no. Quando non voglio essere come le mie compagne è perché mi ricordo di avere una zia speciale. Nessuno ha una zia come la mia…

Capitolo 1

Appuntamento dalla zia


Nessuno aveva mai capito che lavoro facesse, perché la verità era che sapeva fare quasi tutto.
Sto parlando di mia zia Maria. Fino a venerdì scorso pensava solo ad infilare perle di vetro colorato. Meravigliose. Le collane che uscivano dalle sue mani se ne stavano appese ad un attaccapanni, là, nel mezzo del suo salotto.
– Verrà il giorno giusto per indossarle. Stiamo a vedere quando cambia la luna.
La zia è una osservatrice di luna e a me piace tanto per questo.
Però ho sentito dire da qualcun altro che è “lunatica”, e dal tono in cui veniva detto, ho capito che non doveva essere una cosa tanto bella…
Comunque zia Maria è molto diversa dagli altri grandi che conosco. È la mia preferita. Di zia, s’intende.
Per fortuna piace anche alla mamma. Forse perché è sua sorella. E anche l’unica che le è capitato di avere.
Io non ho sorelle. In compenso però ho quattro fratelli più grandi e non è comodo, ve lo assicuro.
Una volta alla settimana ho il permesso di andare dalla zia Maria, dopo la scuola. Quelle tre ore abbondanti che passiamo insieme sono tutto fuorchè noiose.
La zia ha sempre tante idee. Dicono che sia stravagante. Forse vuol dire che vaga, cioè viaggia col pensiero. E in effetti, se vuol dire proprio quello, anch’io penso che la zia sia stravagante.

Ma su una cosa è irremovibile. Lei è convinta che la sua vita proceda a settimane.
– Inutile pensare oltre, mia cara Giulia – bofonchia sempre mentre prepara il tè.
Le sue settimane, sarà per la luna, sarà per i viaggi dei suoi pensieri, sanno essere sempre speciali e io sono fortunata, perché tutti i venerdì ne posso vivere un pezzettino.

Capitolo 2

La settimana della figlia unica


Questa settimana doveva essere una delle più memorabili, una delle migliori: me l’aveva già annunciata e mi ci stavo preparando da tempo.
Da quando era arrivata la cartolina. Sì, sì, la zia abita a pochi isolati da casa nostra, ma quella volta mi aveva spedito una cartolina per posta. Dalla parte illustrata c’era una di quelle danzatrici tutte veli e scarpette.
– E’ una ballerina di Degas – mi stava spiegando la mamma – ne ha dipinte tante. Quando avevo la tua età erano le mie preferite.
Sì, era molto bella, ma non sapevo proprio decidere se era anche la mia preferita. In camera avevo un poster di Pippi Calzelunghe: quella sì che mi piaceva davvero.
Così lasciai perdere la ballerina e lessi il messaggio sul retro della cartolina:
Cara Giulia
Venerdì 20 marzo
Sei invitata a partecipare a una giornata della grande
“Settimana della figlia unica”
Ti aspetto
Zia Maria

– Che bellezza! – esclamai felice – Non ho mai provato a essere figlia unica.
– Non credere che sia un gran ché! – affermò la mamma. – Chiedi anche a papà.
– Non ci credo, – ribattei – Sarà sempre meglio che avere una squadra di fratelli come i miei!
– Prova! Prova dalla zia e poi mi dirai.
La mamma voleva proprio fare la parte della vecchia saggia e io la lasciai dire.
Intanto aspettai quel venerdì come si aspetta Babbo Natale, e quando finalmente arrivò, alle quattro in punto, mi presentai a casa della zia.
Suonai il campanello. Silenzio. Suonai ancora. Due volte. Niente. Ero impaziente e la chiamai a voce.
Lei rispose dall’abbaino, in alto, sul tetto, da dove vedevo un lembo di tenda che svolazzava nell’aria fuori dalla finestra. Subito scorsi anche la sua mano che si agitava nel vuoto:
-Arrivo, arrivo; solo un minuto e sono pronta.
La mano era la sua perché conoscevo i suoi gesti, come fossero i miei. E poi, al polso, c’era il braccialetto. Quello a forma di serpente, con l’occhio di diamante. Non lo toglieva proprio mai, diceva che era il suo compagno di viaggio, la stravagante!
Aspettai davvero solo un minuto, poi arrivò ad aprire: vestita di tutto punto. Aveva perfino il cappello in testa.
– Dove andiamo? – le chiesi senza perdere tempo.
– Andiamo in centro, cara. E’ lì che si comincia a fare sul serio, quando si è figli unici…
– E cioè? – non avevo le idee chiare.
– “E cioè e cioè”… Seguimi e vedrai.
– La zia era risoluta. Quindi mi tappai la bocca e la sorpassai fino a raggiungere il marciapiede, in direzione della fermata dell’autobus.
– Fermati, signorina, oggi prendiamo il taxi! Eccolo che arriva.
Mi voltai e lo vidi in fondo alla strada. Strabuzzai gli occhi: avevo preso il taxi solo una volta, per andare all’aeroporto con un mucchio di valigie.
“E’ un lusso che non ci possiamo permettere”, dice sempre papà.
E’ inutile che fai quella faccia, zingara; monta sul taxi e goditela: da questo momento sei figlia unica!
– Grandioso! – con un balzo mi sistemai sul sedile posteriore. Arrivammo in centro in un attimo, era un pomeriggio di sole, i tavolini dei bar se ne stavano ad abbronzarsi come lucertole e con loro una discreta quantità di turisti, per lo più giapponesi. Le vetrine luccicanti sembravano un invito a festa. Mi brillavano gli occhi.
– Bene tesoro, da dove vuoi cominciare? – la zia si reggeva il cappello uscendo dall’auto, come una principessa.
– Che ne dici di un megagelato? – ci provai, non avevo idea di che cosa preferissero le figlie uniche.
– Perfetto!- fu la risposta.- Per me sarà il primo gelato della stagione e quindi dammi un minuto, devo pensare al mio desiderio…
– Che desiderio? – ancora non capivo.
– Quando mangi qualcosa di tipicamente stagionale, ogni anno, alla prima volta, puoi esprimere un desideri e se è ragionevole, si avvererà!
– Wow, allora io vorrei che…
– Attenzione, cara, se lo riveli non so avvera.
Non conoscevo la procedura, ma la zia la sapeva lunga in fatto di desideri e di magie. Era meglio darle retta.
Ammutolii di colpo e puntai una grossa gelateria dalla quale proveniva una musica vivace.
La zia trottava dietro di me e no obiettò mai, nemmeno quando osai chiedere la panna montata sopra il con al mirtillo e pistacchio. Anzi, lei pure scelse mandorla e torroncino con tanto di una punta di panna sopra.
– Ma non mi dici che sono esagerata?
Ero curiosa di sapere che cosa avrebbe risposto, intanto il gelato era ormai quasi tutto nel mio stomaco.
– Sei esagerata, ma sei anche figlia unica, ricordi? Le due cose, spesso, stanno molto bene insieme.
– Sai che ti dico? Credo che questa storia della figlia unica sia veramente una bella trovata, peccato che durerà poco.
– Beh, ora non pensare a quanto durerà – mi consigliò la zia – pensa a godertela. Dunque qual è la prossima tappa?
Mi voltai in direzione della porta scorrevole di Bitter Multistore: il luogo dei miei sogni. Stava cinquanta metri più avanti.
La zia lesse alla perfezione nei miei occhi e cominciò a camminare come un gendarme facendo rotta verso il Bitter.
Una volta dentro mi sentii padrona del mondo. Respirai profondamente.
– Vieni zia, ti faccio vedere.
Da quel momento fui io a decidere la rotta e lei divenne docile come un agnellino.
– Guarda quella maglietta! – esclamai, e, senza perdere tempo, la infilai. Era come mi aspettavo: corta al punto giusto.
-Aggiudicata: maglietta pancia fuori! – dichiarò la zia, che se la appoggiò sul braccio stile maggiordomo.
– Dimmi che non sto sognando – le chiesi, abbracciandola felice – ma lo dirai alla mamma che l’abbiamo scelta insieme, vero?
– Non ti preoccupare della mamma, ora. Avanti, voglio proprio vedere che altro c’è da Bitter.
La trascinai nel reparto scarpe e scelsi delle infradito color rosa fosforescente:
– Queste mi sembrano discrete – decretai.
– Se lo dici tu… va bene: “discrete” da figlia unica – sentenziò sorridendo e prese in custodia anche le scarpe.
Fu la volta dei gadgets: le mostrai penne, bamboline portafortuna, palline antistress, scatole magiche… alla fine la vidi ipnotizzata davanti a una radiolina a forma di palla di Natale, solo che dentro alla boccia, invece della neve, cadevano piccoli strass coloratissimi e si posavano leggeri sopra la foto cangiante di una rockstar.
Era bellissima e non pensavo proprio che un grande potesse apprezzarla.
– Forte! Piace anche a te?
– Sono senza parole… – rispose lei prendendola dallo scaffale – e pensare che funziona.
– Se vuoi, zia, te la posso regalare, credo di aver portato i soldi, ce li ho qui.
Avevo appena cominciato a frugarmi in tasca, che lei mi fermò.
– Ma no, bambina, questa radio sarà tua, te la cedo volentieri.
– Oh, zia, non mi dimenticherò mai di questa giornata di acquisti!
– Ma come, questo è solo l’inizio!
La zia era davvero imprevedibile.
Ci dirigemmo verso le casse, soffermandoci ancora su un paio di cose. Lei pagò senza batter ciglio e mi porse un delizioso sacchetto rosa, con tutto quello che avevo straordinariamente ottenuto, ero senza fiato.
– Le figlie uniche fanno così tutti i giorni?
– Più o meno cara, ma non credo che se la cavino soltanto facendo delle spese. Che ne diresti ora se entrassimo qui? – la zia stava indicando il cinema Centrale. Davano l’ultimo film di Caterina MacFarrell e del suo cane Bimbo: “Il lanciatore di gelati 2”.
Per vedere il primo episodio avevo dovuto cedere la fetta di torta della domenica per un mese intero a mio fratello Filippo. Una sofferenza interminabile che si è conclusa con due ore di cinema, schiacciata in una poltrona tra lui e due suoi odiosi amici che masticavano rumorosamente cicca americana.
La zia non mi lasciò rispondere, perché ero inebetita con il naso incollato al manifeso.
– Muoviti cara: se vai ancora un po’ più vicino a quella locandina, finirai per farla colare con il calore del tuo fiato! Vieni, lo spettacolo inizia tra due minuti, giusto in tempo.
Mi trascinò per la maglietta, pagò il biglietto in un soffio e mi condusse nella sala buia, proprio mentre la sigla d’inizio attaccava.
Non avevo ancora pronunciato una sola sillaba, che lei si alzò di nuovo e mi chiese di farla passare:
– Ho dimenticato una cosa importante – disse scivolando fuori dalla fila.
Io mi aspettavo che mi trascinasse fuori dal cinema: sarebbe stato troppo bello godersi tutto il film.
Ero già soddisfatta della sigla… ma lei sussurrò:
– Aspettami, torno subito.
Io rimbalzai di nuovo nella poltrona di velluto e mi concentrai sullo schermo.
La zia tornò davvero subito e la cosa più strabiliante è che reggeva tra le mani due secchielli di pop corn.
– Non è possibile! – fu quello che riuscii a dire.
– E’ possibile. E’ possibile… – disse lei, sistemandone uno tra le mie mani come se niente fosse e ripiazzandosi comoda in poltrona.
– Ma questi sono vitatissimi – sussurrai io, senza avere il coraggio di toccarli.
– Non alle figlie uniche, ricordi?
Sorrisi come raramente avevo fatto prima e sentii quel profumino delizioso che saliva dal secchiello. Senza più pensare ai divieti, ci tuffai la mano e cominciai a sgranocchiare con gli occhi fissi davanti a me.
Mi sentivo in paradiso. E sicuramente dovevo avere un sorriso indelebile sulla faccia. Peccato che fosse buio in sala. Nessuno poteva vedermi… beh la zia forse sì, perché ho notato che anche lei sorrideva.
Dopo il cinema fu la volta di Miss Music, un negozio di dischi e video musicali. La zia mi fece indossare le cuffie per ascoltare, in tutta calma, le ultime canzoni di Vera M. la mia cantante preferita. Attese accanto a me senza mai spazientirsi. E alla fine mi comprò anche il cd.
Roba da non credere.
Mi accorsi che si era fatto tardi solo quando mi sospinse dentro a un taxi e con me stivò anche tutta la mercanzia che mi portavo dietro.
Ero ancora stordita da tutti quei vizi quando lei mi schioccò un bacio in fronte, mi spinse giù dal taxi verso casa e, come in un film, mi disse:
– Addio piccola!
E io risposi:
– A venerdì prossimo.
L’incantesimo della figlia unica svanì in quel momento.
Il taxi non si era trasformato in zucca e io ero ancora carica di borse colme dei miei tesori. Contenta di tornare a casa, pensai:
“E’ faticoso essere figlie uniche!”.

Capitolo 3

La settimana dei Cattivi Pensieri

Quella volta la zia non fece parola dell’appuntamento che mi aspettava il venerdì e io, stupefatta com’ero per quello che avevo appena vissuto, mi dimenticai di chiederglielo.
Il giorno dopo mi telefonò, andava di fretta e disse solo:
– La prossima è la settimana dei Cattivi Pensieri. Ti aspetto venerdì. Solita ora – e riattaccò.
Io sulle prime non capii proprio che cosa intendesse, ma quella sera, a letto, me ne feci un’idea.
I cattivi pensieri sono le parolacce, le cose brutte che non si ha il coraggio di dire… chissà che cosa aveva in mente la zia. Conoscendola pensai che sarebbe stato divertente vederla maledire qualcuno, forse avrebbe potuto perfino preparare pozioni e intrugli magici.
Aspettai il venerdì con trepidazione, come sempre.
Quando finalmente arrivò, mi precipitai a casa sua senza nemmeno far merenda. Bussai e la vidi correre ad aprire, ma poi ricorrere via in gran fretta bofonchiando.:
– Chiudi, chiudi e vieni in cucina.
C’era uno strano odore che aleggiava per la casa. La mia mente tornò all’idea delle pozioni e degli intrugli… poi mi guardai attorno: i vetri della cucina erano tutti appannati. Sul fornello erano piazzati mille pentolini che ribollivano. L’odore forte veniva proprio da lì.

– Che schifo! Che cosa stai combinando? Una pozione?
– Macché pozione, non si usano più ai giorni nostri! Sto scaldando cere colorate e profumate.
Non capivo che cosa c’entrassero cere e pentolini coi cattivi pensieri, ma non ebbi nemmeno il tempo di reagire, perché la zia mi infilò due guantoni da forno e mi invitò a spostare tutti i recipienti fumanti sopra un vassoio.
– Ora fai ribollire anche me?
– Non dire fesserie e vieni di là in salotto: devi imparare a concentrarti. Questa è una cosa seria. Prese il vassoio e si avviò.
La seguii davvero perché cominciavo a incuriosirmi. Ci sedemmo sul divano.
– Ora cara bambina non devi barare, altrimenti io lo scopro subito e ti rimando a casa. Dovrai chiudere gli occhi, pensare alla tua vita – e prese un lungo sospiro.
– Non mi farai una predica… – cominciavo a insospettirmi.
– Niente prediche, quelle servono a poco. Concentrati e dimmi il primo pensiero che ti viene per la mente. Non sapevo come cominciare, meglio andarci piano:
– Quella scema di Lidia ha preso la mia gomma e ne ha staccato un pezzo… – cominciai.
– No, no, proprio non ci siamo, questo è un pensierino da prima elementare! Non barare, altrimenti il gioco non funziona. Fuori un altro pensiero e questa volta lo voglio più cattivo, molto più cattivo.
– Mio fratello Alberto ha preso la macchina della mamma senza chiedergliela!
– Eh no, questa è una spiata! Allora non hai capito – la zia stava perdendo la pazienza.
– No, no aspetta, ne ho un altro bello grosso – la fermai – Odio Cinzia perché è andata in giro a dire che non so fare i tuffi di testa e allora io ho detto a Betti, la più pettegola della classe, che Cinzia si vergogna perché ha i peli sulle gambe e sua mamma non le lascia fare la ceretta.
– Ok per cominciare può andare… e ti sei sentita meglio dopo che hai parlato con Betti?
– No, non è servito a niente, perché da quel momento hanno cominciato a prendere in giro anche Cinzia e non hanno smesso di prendere in giro me.
– Succede sempre così. E’ inutile sparare in giro cattivi pensieri, te li devi tenere per te e poi spararli quando sei sola, o con me. Eco perché c’è la settimana dei cattivi pensieri, serve a liberarli e catalogarli!
La zia non la smetteva più di parlare, probabilmente doveva liberarsi anche lei. Sul tavolino davanti a noi erano piazzati tanti bicchierini foderati di carta oleata. Sembravano quei lavoretti che piacciono tanto alle maestre e che ti costringono a fare per Natale.
– Ora scegli la tua cera: riempiremo un bicchiere per ogni cattivo pensiero.
Cominciavo a capire quando la zia mi confidò il suo:
– Io oggi ne ho uno grosso che vorrei cacciare al più presto. Avevo una compagna di università che tutti ammiravano molto: brillante, anche un po’ cinguettante, snella e sempre perfetta, mentre io…
– Ho capito, ho capito, non c’è bisogno che me lo spieghi, conosco la situazione.
– Beh, sai, ho rincontrato la mia amica al supermercato. Erano anni che non la vedevo. E’ diventata grassa come un’oca da paté e cinguetta ancora come allora. Ho provato un brivido di soddisfazione, ma sono riuscita a trattenere il mio cattivo pensiero, ora però lo devo eliminare.
– A me sembra che tu lo stia sparando a zero: l’oca da paté e tutto il resto non è roba carina… neanche da pensare.
– Già – la zia sbuffò e si fece scura – brutta storia.
Scelse il pentolino in cui ondeggiava una melma viola e ne versò metà in un bicchierino.
– Questo è al profumo di violetta. Forza, scegli anche tu e butta fuori i cattivi pensieri.
Mi sembrava veramente una cosa da pazzi, ma ormai ci ero dentro fino al collo e mi misi d’impegno.
– Odio la mamma quando mi obbliga a mettere il vestito color pesca: con quello addosso mi sento un uovo di Pasqua infiocchettato. Strattonerei il papà quando non mi fa vedere il programma di Zaggy Zoe, il prestigiatore armato – presi la cera verde menta e quella rossa lampone – vorrei dare una lezione a mio fratello Bebo per come mi prende in giro sulla matematica.
Che me la insegni lui, visto che si sente tanto bravo. Non sopportodi andare alla festa di zia Ada dopo Natale, quando mi offre tutti i vestiti che mia cugina Olimpia, coem se fossero un tesoro inestimabile. Odio le cose di seconda mano. Odio…
– Ok,Ok, bambina mia, ti sei sfogata parecchio. Ora versa altri tre colori profumati e dimmi: come ti senti?
– Benone. Forse ho un po’ fame.
– Ti sembra questo il momento di mangiare?
Non risposi e continuai a versare la cera nei bicchieri.
– Finiamo il lavoro e poi avrai la torta allo zenzero.
– Non sarà stregata, per caso? – visto l’andamento del pomeriggio non mi trattenni. Come risposta ebbi solo un’occhiataccia.
La zia raccolse tutti i recipienti e li posò sul vassoio vicino alla finestra. Mise uno stoppino in ogni bicchiere, finì l’operazione con molta cura e senza dire una parola: sembrava un vero rito.
– Ora dobbiamo aspettare che di raffreddino. Andiamo a far merenda.
Nel sentir pronunciare la parola merenda tirai un sospiro di sollievo.
La torta allo zenzero era buonissima alla seconda fetta, spaparanzata in poltrona, ripensai ai cattivi pensieri che mi ero lasciata scappare poco prima.
– Sai zia che mi sento davvero sollevata! Quei cattivi pensieri se ne stavano stivati dentro di me da un po’ – e mi toccai lo stomaco.
– Ci credo, cara, è come per la casa: ogni tanto bisogna far pulizia. Sai che soddisfazione sentirsi vuoti e puliti.
Poi si alzò decisa e prese il vassoio tra le mani. La cera si era indurita e dai bicchieri, grazie alla carta, scivolarono fuori tante candele colorate.
– Che belle!- mi avvicinai per vedere meglio.
– Non abbiamo finito: adesso vedrai che si fa.
La zia posò le candele di nuovo sul vassoio, vicino alla finestra, poi si infilò su per le scale per tornarsene giù con uno specchio ovale in mano. Lo mise dietro le candele, rivolto verso la finestra. – Ora accendi tu.
Presi del fiammiferi lunghi che stavano sopra il camino e ZAF, la fiammella contagiò tutti gli stoppini. Poi però chiesi chiarimenti.
– Vedi, è come se i cattivi pensieri si bruciassero e la luce della fiamma andasse fuori. Guarda, anche i raggi di luce che si rifrangono sullo specchio fanno dietro-front e se ne filano fuori dalla finestra.
La zia aveva gli occhi che lampeggiavano: ora sembrava davvero una strega. Poi rise soddisfatta: passò almeno mezz’ora e le candele si consumarono. Quando sembravano una pozza di gelato sciolto al sole, la zia si alzò in piedi:
– Bene, Giulia, è ora di buttare tutto; per oggi abbiamo giocato abbastanza.
Io pensai ancora ai miei cattivi pensieri, ma a parte Cinzia la bisbetica, che già avevo tirato in ballo e ai miei fratelli impiccioni, non sapevo più che cosa dire.
Il fatto era che mi sentivo davvero più pulita dentro.
Che la sua operazione avesse funzionato?

Capitolo 4

La settimana delle buone maniere

Nei giorni che seguirono, caso strano, non litigai con nessuno: né con Cinzia, né con i miei fratelli e nemmeno con la maestra di matematica che non mi poteva sopportare. Poi arrivò lunedì. Ancora non sapevo nulla della nuova settimana della zia. Cominciavo a preoccuparmi: che la sua ultima trovata l’avesse messa fuori gioco? Stravagante lo era, strana pure, che fosse anche stravolta, stracciata stra, stra… stregata dalle candele?
Decisi di non chiamarla e di andare direttamente da lei come se niente fosse. Quando fu il momento scesi dall’autobus e mi fermai sulla porta. La casa sembrava a posto. Alla finestra del salotto non c’era traccia dello specchio e delle candele… Non avevo il coraggio di suonare. Stavo per sedermi lì sui gradini d’entrata, quando lei aprì.

Aveva un vestito da sera nero e lungo, anzi, con la coda. Si buttò dietro le spalle un boa di struzzo color crema, poi mi voltò le spalle sussurrando:

– Forza cara, cosa aspetti? – io la seguii ancora con la bocca aperta per lo stupore.

– Dove vai zia? – chiesi, ascoltando il fruscio del vestito.
– Da nessuna parte, ti aspettavo.
– Perché? – che domanda ebete.
– Ma come, cara? Questa è la “settimana delle buone maniere”, una delle più importanti dell’anno.
– Ah, non lo sapevo – cominciai a balbettare.
– Hai scordato di dirmelo. Ma io sono venuta lo stesso.

– Oh scusa, scusa, ero troppo indaffarata: questi preparativi sono davvero faticosi. Ma ora vieni, che cominciamo subito.Tieni questo è il programma per la serata e questo il menù.

Non avevo capito nulla. Come doveva essere la settimana delle buone maniere? Proprio non riuscivo a immaginarlo. Presi il cartoncino che lei mi porgeva con eleganza e cominciai a leggere.

Serata a tema:

LA BELLE EPOQUE

Musica e animazione di Maria Zorzi
R.S.V.P.
Gradito l’abito da sera

Nel secondo cartoncino invece c’er una lista di pietanze incomprensibili, precedute da un titolo, quello sì che lo capito era semplicemente: Menù

MENU

’Entrées
Escargots aux herbes fines
Crêpes aux moules
Crabs au vinaigre
Avec
Salade d’epinards et noisettes

Fruits de saison à la crème
Mini-gateaux au chocolat

Lessi tutto d’un fiato, storpiando le parole; avevo intuito che si trattava di francese, ma non avevo idea di quello che significasse.

La zia mi fissava quasi stordita per la sofferenza nel sentirmi pronunciare così il suo amato francese; si mise una mano sulla gola. Che stesse addirittura per svenire?

Alla fine, decisi di dirle subito che così il gioco non era corretto: dovevamo batterci ad armi pari.

-Zia, lo sai benissimo che non capisco niente di francese. Ora per favore puoi tradurmi tutto per filo e per segno?

Lei fece una smorfia e allargò il braccio verso il divano facendomi segno di sedere. Si mise accanto a me e cominciò:

-Antipasto…

-No, no, forse non hai capito – la fermai subito. – Io vorrei che tu cominciassi dal primo cartoncino: serata a tema, R.S.V.P., non so nulla di tutto questo.

-Ah ma allora sei proprio digiuna.

-Che cosa? No, a scuola ho mangiato in mensa.

-Intendevo digiuna di buone maniere – e si mise a ridere.

-Vieni cara, cominciamo dall’inizio e facciamo le cosa per bene. Saliamo in camera mia che intanto ti spiego.

Ciminciò a salire le scale, sospingendomi gentilmente da dietro:
-Vedi piccola, io mi preoccupa che tu sia, in futuro s’intende, una donna di mondo, proprio come me.

-Che vuol dire “donna di mondo”? Forse vuol dire una viaggiatrice? Tu sei una viaggiatrice?

-Io sono cosa? Sì, tesoro io sono una viaggiatrice a modo mio. Ma quello che intendevo e che devi essere a tuo agio in ogni occasione e per esserlo devi sapere come comportarti. Prendi questa settimana come un allenamento. Vedrai sarà divertente se segui il mio pensiero.

Mi pareva molto difficile, ma promisi a me stessa di provare. Eravam entrate in camera sua e notai subito che sulla poltrona giaceva un abito che non avevo mai visto. Sembrava a più strati, con delicati fiori color malva e un piccolo nastro attorno alla scollatura.

-Indossa il tuo abito e dimmi come ti ci senti: prima regola, mia cara, sentirsi a meraviglia dentro l’abito che si indossa. Esitai un attimo e poi mi cambiai. Il malva era il mio colore preferito, ma non ricordavo di averlo mai detto alla zia. L’abito era perfetto, solo che non avevo mai portato un abito lungo e avevo paura di inciampare nell’orlo della sottogonns. Sarebbe stato un guaio sciupare un vestito così.

-Fai qualche passo, cara: vai verso lo specchio e guardati.- Aspettò che fossi davanti alla grande specchiera in noce e poi concluse – Come ti sembra?

Feci una giravolta e sussurrai:

-Mi vergogno un po’ a dirlo, ma mi sento una principessa.

-E’ vero. Ti sta d’incanto. Ora metti le scarpe e scendiamo, diamo inizio alla serata.

La zia mi spiegò che avremmo passato una serata formale, perché voleva che imparassi a comportarmi. Mi disse che il segreto era quello di immedesimarsi nella parte e che una volta dentro, non mi sarei più dimenticata certe regole. Lei, affascinante come una diva d’altri tempi, si sedette al pianoforte e suonò, cantò e raccontò di una meravigliosa festa alla quale aveva partecipato da giovane.

A me, ogni tanto scappava da ridere: era buffo pensarla come una dama con tanti cavalieri intorno. Avrei scommesso che metà dei racconti se li stava inventando lì per lì, ma era tanto convinta che faceva piacere starla a sentire.

Avevo i miei dubbi di poter partecipare a feste del genere in futuro, mi sembrava roba ormai sorpassata. Però fui felice di imparare a fare quell’inchino appena accennato, mi piaceva il movimento e poi forse mi sarebbe servito a scuola, nella recita di fine anno.

La parte più divertente arrivò quando andammo a tavola. Alla prima occhiata al coperto apparecchiato davanti a me sentii un brivido per la schiena. A che cosa servivano tutte quelle posate?
E quei bicchieri?

Deglutii vistosamente e la zia mi riprese:

-Su, cara, Tiens toi bien!

Che vorrebbe dire, in francese, “comportati bene”.

Rimasi seduta, alzai gli occhi dai cinque bicchieri che avevo di fronte e finalmente mi accorsi che la tavola era apparecchiata solo per me.

-Ma come, tu non mangi?

-No, tesoro, io devo servirti, altrimenti come fai a capire come funziona? Ma non ti preoccupare, io ho già assaggiato tutto, e abbondantemente, mentre preparavo. Dunque vediamo, il nostro menù dice “Escargots aux herbes fines” come entrée. Vorrebbe dire lumache alle erbe, e sarà solo l’antipasto.

-Lumache? No, ti prego: mi si attorcigliano già le budella – esclamai.

-Ecco, per prima cosa eviterei commenti “anatomici”, se non vuoi far scappare tutti quelli che si sono seduti a tavola insieme a te. E poi devi sapere che le lumache sono un piatto sopraffino…in Francia.

-Ma qui non siamo in Francia!- provai ancora a dissuaderla. – Ti prego, saltiamo le lumache e passiamo a…

-No, devi assaggiarne almeno una, devi imparare come si fa ad estrarla dal guscio, non si sa mai nella vita, bambina mia. E se ti capitasse di innamorarti di un Marajà che poi improvvisamente scopre che non sai mangiare les escargots?

Arrivata alla storia del Marajà ero già scoppiata a ridere, perché mi figuravo là, nel suo harem, in castigo, tutta coperta di lumache molli. Così cedetti e mi preparai al peggio.

-Va bene, va bene, ne assaggerò una, una sola, ma facciamo presto, prima che mi venga da vomitare.

-Anche quest’ultimo commento, cara, dovrai tenerlo per te, la prossima volta.- Anche alla zia scappava da ridere.- Dunque devi sapere che i piatti vengono sempre serviti da sinistra e quando avrai finito verranno levati da destra: quindi vedi di non inclinarti dalla parte sbagliata quando ti si avvicina la persona che ti serve, che sarei io. Stai ben seduta, senza accavallare le gambe e con i due polsi appoggiati sul bordo del tavolo, vicino alle posate.

-Aspetta, aspetta! Un a cosa per volta: ho già perso il filo.

-Ecco, così va bene principessa.

La zia mi appoggiò davanti al naso un piatto caldo che aveva un profumino delizioso; mi ero quasi dimenticata che si trattava di lumache, poi però mi risvegliai dal sogno vedendo i gusci e quella strana cosa di metallo che lei mi porgeva.

-Che cos’è?Un attrezzo da chirurgo?

-No, tesoro, è una pinza da lumache. Ecco, infili delicatamente e tiri: un giochino facile facile.

La zia appoggiò sul mio piatto la sua preda e mi porse l’arma: – Ora tocca a te!

Provai a imitarla, ma non fui abbastanza delicata. Il guscio si ruppe, la lumaca schizzò sul vestito della zia e io finii sotto al tavolo per ripararmi dal sugo che colava dappertutto. L’avevo fatta grossa. Mi aspettavo un urlo degno di Tarzan, e invece:

-E’ tutto sotto controllo, cara: il mio vestito è nero, non si vedono le macchie. Anche questo è un vecchio trucco.

-Ora assaggia la lumaca che ti ho messo nel piatto.

-Devo proprio?

-Devi, e devi anche scegliere la forchetta giusta.

Mi indicò la parte sinistra del piatto e proprio lì giaceva un esercito di forchette. Non sapevo da che parte cominciare. Per fortuna la zia lesse il mio smarrimento e mi venne subito incontro.

-Ragioniamo insieme, cara: a che portata del pasto siamo?

-Antipasti! – finalmente c’era qualcosa che sapevo anch’io.

-Brava, allora siamo all’inizio: cominci con la prima forchetta a sinistra, è piccola e ha tre denti. Adatta alle lumache – concluse trionfante.

Io mi sentivo una cannibale, obbligata ad infilzare una povera innocente lumaca, ma non avevo scampo: o me o lei.

Me la cacciai in bocca velocemente e la inghiottii senza nemmeno sentirne il sapore.

-Com’era?- chiese la zia che mi teneva gli occhi puntati addosso.

-Buona, ma le altre le lascerei riposare dove sono. Grazie.

-Passiamo al primo piatto. Crespelle ai frutti di mare.

Fu una serata lunga e faticosa, però quello che mangiai in seguito fu davvero squisito. Imparai come far capire che non avevo finito, incrociando le posate sul piatto. E che avevo finito mettendole dritte una accanto all’altra come lancette che segnano le sei e trenta. Assaggiai anche un goccio di quattro vini diversi. Ognuno nel suo bicchiere, naturalmente.

Quando la zia mi chiese di alzarmi, io le obiettai:

-Ma come, lasciamo un bicchiere pulito e un’ultima portata del menù?

-Ti sbagli, cara, il bicchiere rimasto serve per il vino da dessert e andrà col minidolce al cioccolato che gusteremo in salotto, visto che né tu né io prendiamo caffè. E’ per dare il tempo a chi ti serve di liberare il tavolo

Mi voltai e vidi il tavolo che avevo appena lasciato come un campo di battaglia preso d’assalto dagli Unni.

-Qui ci vorrebbe un intero squadrone di ripulitori- commentai sorridendo.

-Non preoccuparti, ci penserò dopo. Ora dimmi, come ti sembrava la cena?

-Un hamburger con patatine sarebbe stato molto più comodo. Ma era squisita, zia. Non credevo che tu potessi preparare delle cose così strane… granchi all’aceto, spinaci con le noci e per finire l’uva con la crema. A dir la verità, quello è stato proprio un colpo basso.

La zia mi porse un piatto d’argento con dei cioccolatini a forma di lumachina.

-Ecco, li puoi prendere con le mani, ma devi equipaggiarti anche di questo – e mi offrì un tovagliolino ricamato.

-Mi dispiace sporcarlo, zia, però sono così contenta di poter usare le mani!

Ne presi due insieme. Me li mangiavo con gli occhi.

-Ah no! Brutta furbetta. Mai due dolci in una volta, non è educato, passeresti per una ingorda.

-Questa sera annego nelle regole, non potresti fare un’eccezione?

-No, ma tra un minuto ne potrai prendere un altro e un altro, e un altro.

Anche lei era golosa di cioccolato.

Insomma me ne tornai a casa sazia ed ebbi anche il permesso di tenere quel meraviglioso vestito.

Quella notte sognai di essere in un film, si mangiavano lumache immerse nel cioccolato e si scappava da granchi giganti che volevano divorarci.

Capitolo 5

La settimana degli artisti

Quel venerdì avevo fatto uno strappo alla regola solo perché avevo visto un documentario su una famosa scultrice, pittrice, non so cos’altro ancora. Si chiamava Louise Bourgeois, ed era molto affascinante. Ero rimasta incollata alla tv, tanto che perfino mamma si stupì e venne a controllare se per caso non mi ero addormentata. Insomma quella signora era vestita di scuro e sembrava bella, anche se proprio bella, a guardarla bene, non era. Decisi che anch’io, che bella non ero, potevo provare con quel trucco. La zia notò subito il cambiamento, quando aprì la porta.
-Caspita! Mia cara, sei tutta di blu vestita! Devi forse far sognare qualcuno?
-Non si sa mai… – risposi rimanendo sul vago. Non mi ero ricordata che in effetti il blu è il colore dei sogni.
-Con quel blu hai scelto un tocco di serenità.– Sentenziò lei. – Ti farò compagnia mettendo la mia tunica celeste intenso. Conoscevo bene la tunica della zia: la faceva assomigliare a un dirigibile con i piedi, ma non dissi nulla, per non smorzare il suo entusiasmo.
Aveva già il suo borsone multicolore sottobraccio, quindi aveva in programma di portarmi da qualche parte. Un posto molto artistico probabilmente.
Quando scese ondeggiando nel suo nuvolone celeste sorrisi, poi distolsi lo sguardo, per non scoppiarle a ridere in faccia:
-Dove andiamo?
-A un vernissage.
Non avevo idea di che cosa fosse. Intuii che avesse a che fare con i colori, visto che avevamo già discusso di blu e di celeste e che quella parola assomigliava a vernice.
Cominciai a preoccuparmi perché non volevo sporcarmi di vernice i pantaloni blu, erano gli unici che possedevo, mi sarebbero potuti servire per altre occasioni importanti.
La zia capì che stavo rimuginando e sorrise. Poi si decise a spiegarmi:
-Andiamo all’inaugurazione di una mostra, alla galleria “Volare”, in centro. Teresa Blanck espone una nuova serie dei suoi quadri di sogni. Vedrai ti piacerà.
-Chi è Teresa Blanck? – ero molto ignorante in fatto di pittori.
-Era un’amica di tua nonna, un bel tipo: ha viaggiato in tutto il mondo per dipingere nuvole e vento. Un’artista unica, nel suo genere.
La zia parlava come la signora del documentario in tv. Sembrava una cosa seria e quindi la seguii incuriosita. Arrivate in centro, riconobbi subito la galleria: era tutta illuminata: aveva muri e pavimento completamente bianchi, accecanti. Le uniche macchie di colore erano nei quadri. Incrostati, tutti sulle variazioni di blu e azzurro.
Non sapevo decidere se quello che avevo davanti agli occhi in quel momento fosse bello o brutto. Ma la zia sembrava straconvinta. C’era tanta gente tutt’intorno. Lei salutava a destra e a sinistra. Conosceva quasi tutti. In mezzo alla mischia ci scontrammo con una grossa grassa signora vestita di blu. Una specie di balena di terra. Aveva solo una larga bocca rossa di rossetto passato di moda. Anche lei mi lasciava perplessa: non sapevo decidere se avesse l’aria simpatica o completamente matta.
Non avevo ancora decido quando la zia:
-Teresa, ti ho portato mia nipote, siamo così impazienti di vedere le tue ultime creazioni.
Io sorrisi e la signora mi accarezzò come se fossi un cane. Poi si scansò: davanti a noi si aprì uno squarcio di luce e comparve una enorme, meravigliosa tela.
Appena la vidi compresi che quella, per me, era davvero bella. Mi emozionai e credo che la zia se ne accorse, perché mi sussurrò all’orecchio:
-Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà, lo ha detto un grande poeta francese, Paul Valery. Tu che cosa vedi ora?
Mi spinse dolcemente verso il quadro e io mi ci sentii quasi dentro. La zia aveva capito che ero stata rapita da quell’onda di colore. Poi l’enorme signora disse solennemente:
-Riesci anche a sentire l’odore?
-Sì,-risposi, -sento il sapore del mare.
Non aggiunsi altro e distolsi lo sguardo. Le signore sembravano soddisfatte:
-Ti sei meritata una bibita e un tramezzino, andiamo al buffet.
Teresa nel tragitto rimase incagliata in un altro gruppetto di gente, mentre la zia ed io scivolammo rapide verso il cameriere.
Sorseggiando dal mio bicchiere blu osservai anche gli altri quadri. Mi sembravano tutti delle prove per arrivare a lui, l’unico che avevo visto veramente e che mi sembrava perfetto. Un equilibrio di mare e di vento.
Tornammo a casa ed entrando in soggiorno, vidi che la zia aveva spostato dei mobili per fare più spazio. Feci una giravolta su me stessa e notai che in un angolo c’era un tavolino con dei tubetti di colore e una tavolozza. Accanto al muro due tele appoggiate. Grandi e bianchissime. La zia si infilò su per le scale e ridiscese subito con due cavalletti sotto bracci e un fagotto di stracci in mano.
-Aiutami, tesoro. Devi subito imparare che fare l’artista a volte è faticoso.
Non risposi perché ero concentrata sul meccanismo di montaggio del cavalletto. Poi la zia mi fissò la tela proprio davanti al naso e il suo bianco mi abbagliò. In mano avevo il fagotto di stracci.
-Credevo che si dipingesse con il pennello.
-Ti sbagli, bambina, un artista che si rispetti può creare con qualsiasi cosa. Fai quello che ti senti. Se vuoi il pennello, credo di averne uno in cucina.
-No, no, – risposi decisa – mi piace provare cose nuove, ma dimmi tu come.
-Troppo comodo! – la zia batté le mani e si lasciò cadere sul divano.- Sei tu l’artista e devi decidere da sola.
Io veramente mi sentivo molto impacciata, ero lì impalata davanti alla tela bianca con le mani ingombre di stracci. Che cosa dovevo decidere? Mi guardai attorno in cerca di suggerimenti. Mi sembrava di vedere solo nuvole, compresa la tunica della zia afflosciata attorno a lei sul divano. Poi cercai la conferma:
-Prima di cominciare si aspetta l’ispirazione, vero?
-Brava. Ma bada che l’idea deve arrivare grande, grossa e appetitosa, come una torta al cioccolato. E tu devi sentirti addosso una voglia irresistibile di tuffartici dentro. Se non è così, allora non è l’idea giusta. Aspetta la prossima.
Aspettai ancora, poi mi accorsi che, fuori, la luce del tramonto attraversava i rami di un albero e la loro ombra si proiettava sulla mia tela. Le foglie si muovevano come in una danza. L’ombra sembrava una cascata di gocce in movimento. Strinsi lo straccio, lo sporcai di tempera blu e inseguii quel movimento. Ero entrata nel ciclone.
Continuai con il bianco e l’azzurro. Saltavo, piroettavo, nuotavo sulla tela, era meraviglioso.
Che cosa stava facendo la zia? Non potevo fermarmi a chiederlo.
Sentii un rumore alle mie spalle, ma ancora correvo con lo straccio nero.
Finii in mezz’ora. Mollai la mia arma colorata e mi buttai sul divano.
La zia non c’era più.
La sentii trafficare di là e la chiamai. Musica latinoamericana dietro la porta. Aprii e fui investita dal ritmo incalzante: era a tutto volume.
La zia stava ballando, sotto ai suoi piedi nudi la tela. Incredibile aveva scelto di dipingere in verde, niente stracci, né pennelli, solo piedi e musica.
Pensai che fosse pazza. La tunica le dava un’aria da elefantessa in sonnambula. Mi sentii a disagio e me ne tornai di là. Il mio quadro stava meglio in silenzio. Ne ero soddisfatta. Quando la musica finì, la zia comparve, sudata e affannata:
-Ho finito, Giulia, e questa volta ho superato me stessa.
-Credo anch’io- sussurrai, ed ero sincera.
La zia trasportò la sua grande tela e la mise accanto alla mia.
-“Danza verde”- disse solennemente – ti piace?
Lo guardai a lungo: era una danza, non ci si poteva confondere. Anche senza aver sentito la musica e visto l’artista in azione, avrei pensato solo alla danza.
-Meraviglia!
Poi lei mi scrutò negli occhi e guardò la mia opera:
-“Ciclone” – disse.
-“Ciclone” – confermai- è per te, grazie.
Da quel giorno il mio bellissimo “Ciclone” campeggia nel bagno della zia. E tutti quelli che passano di lì se ne escono sbalorditi:
-In questo bagno c’è acqua da tutte le parti, perfino in quell’enorme quadro. Vien voglia di lavarsi.
Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà lo ha detto un grande poeta francese. Era Paul Valery.

Capitolo 6

La settimana della matematica


Quella della matematica fu davvero una bella sfida. Quel venerdì entrai dalla porta con un muso lungo degno di un mastino a digiuno. In realtà ce l’avevo proprio con lei, con la zia. Sapeva benissimo che la matematica per me era assai indigesta. Ritrovarmela come tema della settimana era stato un vero colpo basso. Borbottavo cupa ed ero convinta di quel che dicevo:
– Non ha senso imparare così tante regole, se poi non le applichi nella vita. Io non credo proprio di aver usato una sola di quelle terribili definizioni, sarebbero scappati tutti credendomi appestata. A quest’ora avrei perso gli amici e tutto il resto.
– Non dire sciocchezze, mia cara.
La zia mi prese il giubbotto e mi sospinse nello studio. Sulla scrivania campeggiava un meraviglioso vaso di fiori, di quelli che vanno bene per addobbare una festa di nozze. Rimasi ipnotizzata dai colori e la zia continuò amorevolmente il suo discorso di apertura:
– Tu nemmeno te ne accorgi, ma usi continuamente la matematica. Per esempio, che cosa hai mangiato oggi per merenda?
– Un gelato, e ti assicuro, zia, che di matematica non ne conteneva nemmeno l’ombra…era buonissimo. – Risposi coprendomi le labbra ancora sporche di cioccolato.
– E’ proprio qui che ti sbagli. Quanti gusti hai preso? E quanti avresti potuto sceglierne?
Cominciavo a capire, ma il mio cervello era allergico a questo tipo di ragionamenti, così stava per chiudere la porta d’ingresso, proprio quando la zia aggiunse:
– Supponiamo per un momento che tu sia un gelataio – la sua voce era squillante e dolce al punto giusto, come un gelato alla fragola.
Mi sentii decisamente meglio: essere un gelataio non era niente male, dal mio punto di vista.
La zia non mi dava tregua, si appoggiò alla scrivania, fece traballare il monumento di fiori che aveva alle spalle e ricominciò da capo:
– Ora tu sei un gelataio…
– Sì, ci sto. Posso mangiare tutti i gelati che voglio, e senza contarli, perché sono un gelataio che non sa nulla di matematica.
– Impossibile. Per poter mangiare i tuoi gelati, li devi anche vendere. E ti converrebbe trovare il modo migliore di venderli. Ecco che qui entra in gioco la matematica. La legge delle combinazioni ti può dare una mano.
La zia cominciava a buttare troppa carne sul fuoco o forse troppo gelato sul tavolo: stavo per fare confusione e non seguivo i suoi ragionamenti.
Ma lei ormai era come una slitta in discesa: doveva arrivare fino in fondo.
– Dunque cara, puoi facilmente comprendere che, più scelta dai alla clientela, più hai la possibilità di soddisfarla. Un gelataio offre diversi gusti, più gusti più clienti. Fin qui ci siamo?
– Credo di sì.
– Più gusti però sono costosi, perché si preparano con ingredienti diversi e ci vuole più tempo: in una parola più lavoro. Quindi il gelataio deve trovare il modo di combinare i gusti. Se offre ai clienti il cono doppio gusto e decide che può preparare solo cinque gusti, quante saranno le combinazioni possibili?
– Ho perso il filo – conclusi, per non dire che mi sentivo addirittura ingarbugliata.
La mia allergia ai numeri cominciava a farsi sentire. Ma la zia-slitta ingranò la sua marcia di riserva e andò oltre. Prese un foglio dalla scrivania e un pennarello dal cassetto:
– Cinque gusti, cono doppio, quanti sono i coni che si possono preparare?
– Ci provi gusto a torturarmi? – la attaccai – Questo è un problema bello e buono, di quelli che danno gioia solo alla mia maestra. Mi rifiuto di andare oltre.
– Sta a vedere: la matematica in questo caso è perfino bella – La zia aveva preparato una tabella con il pennarello nero che aveva in mano. E ora aveva riversato davanti a me anche tutti gli altri colori.
La tabella di partenza poteva essere sorella di quelle tristissime che vedo a scuola:

GUSTI 1 fragola 2 limone 3 cioccolato 4 nocciola 5 pistacchio
1          
2          
3          
4          
5          

Ma quella finale era colorata e fiorita come non ne avevo mai viste: in ogni casellina c’era un colore: color fragola, color limone, color cioccolato, color nocciola…e verde pistacchio.
– E’ un disegno ordinato, ma ora che fai?
– Ora che ho rappresentato tutte le operazioni pratiche che tu gelataio hai eseguito, trovo una formula, una regola che mi serve anche se decido di cambiare il numero dei gusti.
Metti che domani ti venga voglia di preparare sei gusti invece che solo cinque?
– E la regola dove la prendi? – azzardai.
– Leggo la tabella! Ti sei accorta che è simmetrica? Ops anche la simmetria è un concetto matematico, o sai?
– Beh, zia, quella la conosco anch’io. – Ero contenta di aver trovato qualcosa da dire con sicurezza. Misi la mia mano sulla diagonale
– Ecco, hai letto la tabella e quindi la regola è:

numero gusti X (numero gusti-1) : 2=
se G= numero gusti
e
C= combinazione dei gelati
Allora puoi scrivere anche così:
C=GX(G-1)
2
Che fatica, mi si stava annebbiando la vista, ma rileggendo da capo il foglio della zia, compresi che con cinque gusti potevo combinare dieci diversi coni e così alla fine, non potei che darle ragione. Aveva vinto. La matematica entrava davvero in tutti quei gelati e il bello era che il loro gusto non sarebbe cambiato.
La zia non si era ancora stancata di raccontarmi la magia di quella disciplina, perché prese il respiro e si voltò verso il mazzo di fiori che ci stava facendo compagnia:
– E ora vedi questi fiori? Se ripartissimo dal concetto di simmetria.
– Ho capito, ho capito, zia, la matematica è anche lì. Ti credo.
Lei sorrise e si lasciò cadere sul divano:
– E’ anche in cucina, e là fuori, ovunque. E’ meravigliosa, se la sai prendere per il verso giusto. Cerca di avvicinarla un po’ di più, vedrai che non morde.
Mi rassegnai all’evidenza. L’avevo sempre evitata come una brutta malattia, e invece lei, silenziosa, si era infiltrata nella mia vita senza che io me ne accorgessi. Roba da non credere.
La zia avrebbe voluto continuare a mostrarmi esempi, uno dietro l’altro, ma per me ora era tutto più chiaro. La matematica mi accompagna al supermercato, a casa di amici, in vacanza. È un ospite clandestino nella mia vita e ora che l’ho scoperto mi ci devo abituare. E a dire il vero non è poi così umiliante… Dovevo proprio riconoscerlo: cominciava ad essere divertente.
I venerdì dalla zia continuano ancora oggi. Non me ne perdo uno.
Ho scoperto che mi lasciano addosso qualcosa di speciale. Uno strato protettivo. Sapete quando a scuola vi rovesciano l’acqua dei colori a tempera sulla vostra maglietta preferita? Beh, ora è come se la mia non si macchiasse. Ci ho pensato a lungo e forse è solo che nel frattempo sono cresciuta emi sento più forte. Se ne sono accorti anche i miei fratelli. Ieri ho sentito Filippo che parlava al telefono: “Mia sorella? Sì, per essere una femmina non è male.” Chissà di che cosa stava parlando e con chi. In ogni caso , detto da lui vale doppio.
Il complimento, intendo. Poi Alberto mi ha prestato il suo ipod. Sono mesi che glielo chiedo. E ora ha detto sì. Ho potuto ascoltare l’ultima canzone di Nina e poi l’ho dovuto restituire. L’avrò tenuto sì e no dieci minuti, ma è già un bel passo avanti.
Ci ho pensato. Da quando vado dalla zia il venerdì è come se riempissi dei piccoli cassettini segreti dentro di me: un po’ di vizi da figlia unica, un pizzico di buone maniere, polvere d’arte e qualche porzione di matematica, naturalmente. Si dice che siano tutte cose che possono tornare utili. Io non so se sia proprio vero, ma ho deciso che tanto vale tenerle. Chissà che cosa collezionerò venerdì prossimo?
Non vedo l’ora.

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